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5 grandi errori dei corsi di studio in traduzione - Letras Nómadas

 

Di MATI ORTIZ

Si parla poco degli errori presenti nei corsi di studio in traduzione, soprattutto quando si tratta di preparare gli alunni ad affrontare la realtà. 

Sì, è un tema complicato e può suonare politicamente incorretto. Ma forse nessuno ne parla davvero, e credo sia necessario farlo.

 

Concorderemo nel dire che tradurre è solo una parte di ciò che facciamo nel nostro quotidiano. Nel mondo reale dobbiamo avere a che fare con gli effetti di un’industria che cambia costantemente, e che però allo stesso tempo dobbiamo capire, se vogliamo guadagnarci da vivere traducendo.  

 

Inoltre, nella realtà, dobbiamo promuoverci e venderci, trattare con i clienti, negoziare con loro, gestire le nostre finanze e, soprattutto, avere a che fare con il nostro mindset.

Quanto preparati siamo, una volta terminata l’università, per affrontare tutto ciò? 

Molto poco.

Ciò significa che l’università non è ben strutturata?

Non dico questo.

Sono eternamente grato all’università pubblica dove ho ottenuto la mia laurea in traduzione.  È uno strumento indispensabile che mi permette di affrontare con responsabilità e professionalità qualsiasi tipo di progetto che arrivi nelle mie mani, e che mi differenzia da una persona che è solo bilingue. 

 

Dopo tanto sforzo studiando, otteniamo il nostro titolo, quella chiave dorata con cui possiamo aprire tantissime porte.  

Però, basta mettere piede nel mercato per capire che ci sono tante altre porte in cui quella stessa chiave non entra.   

E ci sorprendiamo perché, dopo tanti anni di sforzo, piombiamo drasticamente nella dura realtà.  

 

                       Com’è nato questo articolo 

 

Domenica parlavo con una traduttrice che mi ha raccontato tutto ciò che ha vissuto (o sofferto) all’università, durante i suoi anni da studentessa.  Mi ha fatto ricordare cose simili che io stesso ho vissuto in quel periodo. 

Alcune ci hanno fatto ridere, altre sono state fonte di preoccupazione.

Perché? Perché tra tutte quelle esperienze negli istituti di formazione, sono nati professionisti  standardizzati che, poco a poco, stanno condizionando la personalità dell’intera categoria.  

Ed ecco un esempio:  è risaputo che un traduttore tende ad essere introverso o timido. Se all’università si accentuano queste caratteristiche, non è strano che la categoria abbia difficoltà a vendersi, valorizzarsi di fronte ai clienti e negoziare le migliori condizioni.  

Perciò, il fatto che non si riesca a farlo è totalmente comprensibile. Nessuno ci ha insegnato, né incentivato a farlo.  

La traduzione non si vende da sola

A differenza di altri corsi di studio, la traduzione non si vende da sola. 

Tutti hanno chiaro che per curarsi da una malattia bisogna andare dal medico; per estrarre un dente, dal dentista; e per assicurarsi che una casa regga, è necessario assumere un architetto. 

Ma non tutti hanno chiaro che chi vuole comunicare in maniera efficace in un’altra lingua necessita di un traduttore. 

Qui potremmo chiederci se l’università dovrebbe farsi carico di questa situazione.  

La risposta porterebbe a un lungo dibattito, che non voglio intraprendere ora. Ma penso che le università dovrebbero almeno non essere totalmente estranee alla realtà che attende i traduttori una volta iniziata la ricerca del lavoro.  

Questo NON è un articolo di critica ai studi in traduzione

In questo articolo non entrerò nel dibattito sulla possibilità di migliorare cosa succede nelle università o centri di formazione per traduttori.  

Tanto meno ho intenzione di entrare nel ciclo di lamentele del “cosa avrebbe dovuto essere ma così non è stato”.  

La mia intenzione è aiutarti a capire in cosa ti hanno formato e in cosa no.  E che tu possa così essere responsabile della tua situazione e delle azioni da intraprendere per avanzare nella tua carriera professionale, a prescindere da quanto sia passato dalla tua laurea (un anno, una settimana, o persino se stai ancora studiando).

 

Parlando con vari traduttori, ho identificato 5 carenze di cui soffrono la maggior parte dei corsi di studio in traduzione. 

 

1- La necessità di essere perfetti

 

Chi tra noi non si è fatto notare per una virgola, un accento o un punto sbagliato in un esame? Chi non è mai stato corretto da un professore che lo ha fatto sentire piccolo e insignificante?

E le correzioni si ripetono in continuazione, facendoci arrivare al punto di cercare nel dizionario se “hello” si traduce “ciao” in un determinato contesto. 

Ci abituiamo a sentirci insicuri perché sappiamo che una virgola nel posto sbagliato può essere motivo di bocciatura ad un esame.  Non abbiamo il permesso di sbagliare, dobbiamo essere “perfetti”.

E qualsiasi imperfezione, qualsiasi punto fuori posto, ci lascia la sensazione di non essere così bravi come dovremmo. 

Nonostante tutto, superiamo le difficoltà.

Ma un segno permanente rimane nel nostro inconscio. E quel segno è un’insicurezza con cui ci presentiamo a un mercato in cui non possiamo esitare o tardare cercando due volte la stessa parola nel dizionario. 

2- L’invisibilità del traduttore

C’è una frase che circola in rete che dice: 

Translators are like ninjas, if you notice them, they are no good.

Come mentore per traduttori nel marketing digitale, questa frase mi genera sensazioni contrastanti.  È al 100% distorta.  

Quando ci formiamo, ci insegnano a rispettare l’originale, camuffare la nostra presenza, passare il più possibile inosservati e priorizzare il messaggio originale a noi stessi.   

Ed è giusto così. Ma solo quando traduciamo.

Purtroppo, mantenere questo atteggiamento ci condiziona inevitabilmente in tutte le nostre sfumature professionali.  

Ripeto, è normale: nessuno ci insegna che quando terminiamo una traduzione, abbiamo l’obbligo professionale di tornare visibili, e trasformarci in leoni che ruggiscono per difendere il loro lavoro con i clienti.  

Perché un ninja non sempre è invisibile.

Quando un ninja appare si fa notare: discute, lotta, e tutti sanno che è presente. 

Visibile o no, la sua sola presenza è motivo di rispetto.  

3- Esistono più specializzazioni di quelle che ci hanno insegnato

Ogni traduttore con cui parlo ha un’idea magnifica su cosa vorrebbe tradurre: uno mi ha detto che vorrebbe tradurre per Yogi, un altro per traduzioni ferroviarie e un altro ancora per professionisti di musicoterapia.

Ed è a quel punto che sorge sempre la stessa domanda. Potrò tradurre in quest’ambito? Troverò clienti?

La mia risposta è sempre questa: certo che sì! 

Però mi chiedo: perchè un traduttore dubita così tanto?

Innanzitutto, come abbiamo già visto, nessuno ci ha insegnato a credere in noi stessi. 

E secondo, perché nessuno ci ha detto che potevamo scegliere tra infinite specializzazioni. 

La formazione spazia tra giuridico e legale, medica, ingegneria, architettura, letteraria e poco di più.  

Non ci hanno mai detto che possiamo specializzarci traducendo musica, sport, comunicazione, zooterapia. Fino a quando ci saranno professionisti in una specifica area, in luoghi con lingue diverse, sarà necessario un traduttore.  

Nessuno ci ha mai insegnato che possiamo tradurre ciò che ci piace se ci prepariamo e ci formiamo, e che ci sono così tante specializzazioni quanto persone in questo mondo.  

 

4- L’università non si adatta all’era digitale

 

Questa è stata la mia reazione quando mi hanno raccontato che in molti centri di formazione bisogna ancora munirsi di dizionario fisico:

Come on! Are you serious?

Siamo nell’epoca delle comunicazioni digitali. Dovrebbero iniziare a formarci per poter supportarci sempre di più con gli strumenti online che abbiamo a disposizione, e insegnarci come usarle in maniera ottimale. 

Il mercato è una giungla e dunque: como possiamo essere professionali e prosperare?  

NOTA: Credo che qui i CAT tools meritino un articolo a parte. 

 

5- Dunque cosa possiamo trovare in merito alla crescita professionale negli studi di traduzione? 

 

Ricerca del lavoro, marketing, finanze, negoziazione, mindset e leadership: ci sono professori che parlano di tutto questo? Sembrerebbe che siano discipline estranee alla nostra professione. Perché nessuno le menziona? Sono temi tabù?

Forse sono aree che i traduttori ignorano totalmente e per questo preferiscono non immischiarsi. 

Se così fosse, è il caso di iniziare a imparare e formare le seguenti generazioni di traduttori perché non commettano gli stessi errori in cui siamo caduti noi. 

Dunque: cosa succede dopo la laurea?

Varie cose:

-Ci sono quei traduttori che riescono a  identificare loro stessi e il loro mercato. Imparano, crescono e utilizzano questa parte della loro personalità per prosperare.  

-Ci sono quelli che rimangono intrappolati in ciò che è stato loro inculcato all’università.  Cercano di cambiare ma non avendo la conoscenza necessaria su loro stessi, né sugli strumenti per affrontare il mercato, non possono uscire dal loro circolo vizioso.  

-Infine c’è chi, come accadde a me due anni dopo la laurea, prova per un po’, e nel vedere che i risultati non sono ottimali, rinunciano e optano per nuove alternative laborali

 

Insisto, questo non vuole essere un articolo di reclamo. Lo scrivo per prendere coscienza per cui niente è stabile o definitivo. Il fatto che non siamo riusciti in qualcosa in passato, non significa che saremo limitati per sempre. 

Siamo già coscienti di cosa non va.

Ora si tratta di agire. Innanzitutto per occuparci della nostra situazione personale, e in seguito per migliorare la situazione collettiva di tutti i traduttori.

 

La responsabilità di migliorare la nostra realtà professionale è di tutti noi.


Testo tradotto e pubblicato sotto licenza di Letras Nómadas (@letras.nomadas). Tutti i diritti sono riservati. 

Testo originale: https://www.letrasnomadas.com/errores-carrera-de-traduccion/



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