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Incontri - Nêga Lucas


Questo mese arriva finalmente il tanto atteso incontro con Nêga Lucas, artista brasiliana dello Stato di Mina Gerais. Grazie a lei ho affrontato la prova di traduzione più complicata: la poesia. Vi invito a mettervi comodi e conoscerla insieme. 



Sei l'artista più artista che conosco:  cantante, musicista, scrittrice, poetessa, attrice...e tuo fratello Luiz* non è da meno. È stato l'ambiente familiare a forgiarvi in questo senso? Che infanzia hai avuto nella tua città Juiz de Fora?


In realtà l’arte è sempre stata presente in casa, in forma indiretta. I miei genitori non sono artisti, e neanche la famiglia di primo grado; ma ascoltavamo sempre musica in casa, da mia nonna e le mie zie la musica non cessava mai, ballavamo in continuazione...Mia madre ha studiato arte, ma non ha mai esercitato, si è dedicata al disegno industriale. L’arte però la applicava nelle piccole cose: creava sculture di frutta, trasformava una semplice insalata in una pittura, il suo giardino era speciale. 

Perciò, potremmo dire che pur non avendo artisti veri e propri in famiglia, non mi è mai mancata l’ispirazione né le influenze artistiche. Mio fratello Luiz ha vissuto lo stesso, a parte avermi accompagnato da quando era piccolo. 

Abbiamo vinto il nostro primo premio quando lui aveva solo nove anni, e io tredici. Luiz nel concorso di drammaturgia della scuola, in un’opera scritta da lui stesso. Ciò che era iniziato per gioco è diventato poi un lavoro, in modo molto naturale. 


Citi spesso le tue diverse origini, e vedo questo aspetto sempre riflesso nel tuo lavoro. Nelle tue vene scorre il sangue di quanti Paesi? 


Non ho mai fatto uno di quei test del DNA che traccia la mappa delle nostre origini, ma so che insieme all’America, anche l’Africa e l’Europa abitano nel mio flusso sanguigno. Non so esattamente da quale parte dell’Africa venissero i miei antenati. Ad ogni modo, tutto ci porta a credere di avere antenati bantù, e probabilmente tanti altri, da altre zone del continente.

So di avere una trisnonna indigena, più un’altra trisnonna e trisnonno italiani, una bisnonna portoghese, caboclo e cafusa. A volte mi riconosco in paesi che visito e così ricostruisco la mia storia, man mano che inizio a intuire le tracce della mia ancestralità.  


I viaggi sono stati per te una fonte immensa di ispirazione; qual è stata la tua prima avventura internazionale,  e a che età? Come ha segnato la tua crescita personale e artistica? 


La mia prima grande avventura è stata migrare a Barcellona, all’età di ventiquattro anni, e poco tempo dopo cantare su un importante palco di Parigi. Questo movimento migratorio ha segnato completamente la mia vita, e lo fa ancora oggi, quattordici anni dopo. Poiché migro constantemente.  

Nel 2011 ho fatto due viaggi, in due Paesi che stravolsero il mio mondo e cambiarono la direzione della mia vita: India e Marocco. 

Nel 2014 ho sperimentato un’esperienza molto forte in Georgia, poco prima di decidere di vivere a Berlino. Un’altra svolta. Nello stesso anno ho iniziato ad approfondire la conoscenza dell’Italia. 

Nel 2017 mi sono innamorata di Napoli.  

Nel 2018 sono atterrata a Praia, Capo Verde, dove ho sentito una scossa sismica nelle profondità della mia anima. 

Nel 2019 ho partecipato ad una tournée in Ecuador con una banda chiamata Yurgaki, e un altro movimento tettonico ha invaso le mie interiora. Nello stesso anno sono tornata al nordest del Brasile, dopo tanti anni, ed è stato indimenticabile. 


Devono davvero essere state esperienze straordinarie. Hai citato Napoli, le cui strade rappresentano per te un déjà-vu costante. Qual è l'aspetto della città che ami di più?


Semplicemente amo stare in Italia. Non vedo l’ora che le frontiere aprano di nuovo per tornare immediatamente nella terra dove mi sento più a casa qui in Europa. 

Napoli in particolare, è stata un colpo di fulmine totalmente inatteso. 

Gli aspetti (perché non potrei citarne uno solo) che amo di più sono la passione per la vita e la morte, il caos, la sensazione per cui tutto può succedere in un solo giorno, la semplicità e l’intensità delle persone, la musica della lingua napoletana e ovviamente i sapori. Napoli è una città che esige risvegliare i cinque sensi per poterla apprezzare. 


In tutto questo, non hai esitato ad imparare l'italiano alla perfezione, cosa che ti ha portato addirittura a scrivere la tua prima raccolta al 100% italiana "L'ultimo colore del piombo" (ebbene sì, questa volta non hai avuto bisogno del mio aiuto). È stata un'urgenza a seguito delle tue esperienze in Italia, o lo consideri più un omaggio verso la nostra cultura?

Credo siano state entrambe le cose. Le poesie sono state scritte in uno spazio di tempo molto breve. Una necessità animica di esprimermi in lingua italiana, con cui ho una vicinanza e intimità ancestrali. 

L'aver scritto direttamente in un'altra lingua ha cambiato il tuo processo creativo? 

Sì. Con ogni lingua che parlo creo una relazione differente con me stessa. Incorporo personaggi differenti. Perciò, scrivere in italiano significa incorporare una nuova sfaccettatura, ed esprimermi attraverso di lei.

Mi ritrovo totalmente con ciò che racconti sulle lingue e come ci condizionano, ho anche dedicato un articolo a riguardo. Il tuo ultimo progetto letterario è Piccoli Parti, in via di pubblicazione. Riflessioni sulla tua vita nomade in giro per il mondo. Pensi che la vita nomade sia parte della tua essenza, e se sì in che modo? O senti a questo punto di voler rallentare?


Io sono nomade, è una caratteristica inerente alla mia essenza. Persino in periodo di quarantena migro, all’interno della Catalogna migro, non posso fermarmi.  

Sì che come tutti, ho dovuto fermare il movimento intenso dei viaggi, ma ho già cambiato di casa due volte negli ultimi mesi, dalle montagne del nord alle spiagge verso il sud della regione. 


Neanche una quarantena può mettere Nêga in un angolo:-) Per quanto riguarda la musica, stai attualmente promuovendo il tuo nuovo disco Temporal. Lo lanci in qualità di cantautrice? Ce ne vuoi parlare?


Sì! Le canzoni di Temporal sono tutte d’autore, in collaborazione con amici artisti.

Il disco è il risultato di una pausa musicale, dove ho fatto riposare la carriera di cantante lanciandomi nella poesia, nelle arti sceniche e audiovisuali. Negli ultimi cinque anni, mentre scoprivo le atre sfaccettature dell’arte, ho composto alcune canzoni. Temporal è un ritorno allo studio, un’immersione profonda nel tempo senza orologio delle registrazioni fonografiche, nelle emozioni contenute in ogni singolo pezzo, e un’opportunità di registrare con persone care che fanno parte della mia traiettoria arricchendo il mio cammino. 


Credi che dunque che canzone e poesia siano strettamente correlate in un certo modo?


Sì, assolutamente! Nel mio caso sono sempre state molto legate e si rafforzano l’una con l’altra. Si rivelano e si accompagnano, poiché la parola parlata è già musica nella sua essenza. 


Che bell’immagine, di una potenza infinita! Parlando del futuro, dove ti vedi proiettata attualmente a livello artistico? Pensi che musica e letteratura saranno sempre interconnesse nella tua carriera?


In questo momento mi sento orbitare nel centro di tutte le arti che ho sviluppato in questi anni. Attualmente ho lavorato per proposte molto selezionate, dove posso offrire il meglio della mia arte indipendente e dove mi considero soddisfatta, perché quando lo sono il rituale dell’esercizio artistico si espande e compie il suo ruolo, che è nutrire l’anima, stare al servizio delle persone e della nostra crescita personale in quanto esseri umani.


Grazie infinite a Nêga per questa bella chiaccherata.


*@luizfelipelucas su Instagram


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